Chi era Joaquín Navarro-Valls, portavoce di Giovanni Paolo II per 22 anni

Riportiamo la testimonianza del giornalista e vaticanista Luigi Accattoli su Joaquín Navarro-Valls, portavoce vaticano dal 1984 al 2006. L'articolo è stato pubblicato sulla rivista "Il Regno" nel numero di settembre 2017.

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Opus Dei - Chi era Joaquín Navarro-Valls, portavoce di Giovanni Paolo II per 22 anni

La morte di Joaquín Navarro-Valls per me è stata un sisma. Improvvisa e spiazzante. Tante conversazioni, interviste. Anche preghiere, l’uno accanto all’altro. Era stato alla veglia di persona a me cara. È dal 1977, da quando arrivò a Roma dalla Spagna, che ci frequentavamo. Prima era lui a venire da me, a Repubblica e al Corriere della sera, per essere aiutato a «capire il Vaticano». Dopo la nomina a portavoce ero io che andavo da lui.

Joaquín generoso e a me fratello. Testimone infine dell’avvicinamento cristiano alla morte, come ho saputo al funerale.

Laico dell’Opus Dei, è stato portavoce vaticano per 22 anni ed è morto ottantenne il 5 luglio. Chiamato a dirigere la Sala stampa vaticana nel 1984, quand’era corrispondente da Roma del quotidiano ABC, ha creativamente guidato il passaggio della comunicazione vaticana dal cartaceo al televisivo e al digitale.

Un bell’uomo abile con le lingue e le telecamere

Al momento della chiamata in Vaticano aveva 48 anni ed era un bell’uomo, abile con le lingue e le telecamere. In due decenni ha trasformato il ruolo, fino ad allora del tutto istituzionale, di «direttore della Sala stampa» in una funzione di portavoce a tutto tondo, guadagnandosi una libertà d’iniziativa sconosciuta ai predecessori.

Prima era lui a venire da me, a Repubblica e al Corriere della sera, per essere aiutato a «capire il Vaticano». Dopo la nomina a portavoce ero io che andavo da lui

La curia ha apprezzato, negli anni, i risultati del suo lavoro, cioè il «ritorno di immagine» per la figura del papa e per l’istituzione vaticana, ma inizialmente non gradì la sua libertà – legata al rapporto personale ch’egli aveva con Giovanni Paolo II – e a più riprese tentò di ridimensionarla.

Wojtyla l’aveva scoperto in occasione di un incontro con gli operatori dei media durante l’Anno santo straordinario del 1983-84, quando Joaquín era presidente dell’Associazione stampa estera in Italia e in tale veste aveva tenuto un discorso di saluto al papa nell’Aula delle benedizioni. Giovanni Paolo lo invitò a cena e gli chiese che cosa «suggeriva» per un aggiornamento del rapporto della Santa Sede con il mondo della comunicazione. Navarro-Valls raccontava agli amici d’avergli risposto che era necessario fare «né più né meno che una rivoluzione» e il papa gli affidò quel compito.

Sia Giovanni Paolo sia don Stanisław – il segretario del papa, poi cardinale – apprezzavano la sua professionalità e il tratto non clericale con cui svolgeva il suo compito. Tra i frutti del lungo lavoro di portavoce c’è stato il superamento del tabù della salute del papa: gradualmente ha convinto gli uffici vaticani e lo stesso Wojtyla della necessità d’informare «clinicamente» i media.

Lungo i tanti ricoveri al Gemelli e per i cinque anni dell’ultima infermità, le informazioni furono abbondanti e nella sostanza veritiere. Fu lui a dire ai giornalisti – durante un viaggio in Ungheria, nel 1996 – che il papa aveva il Parkinson. L’informazione non era concordata e Joaquín rischiò l’allontanamento dall’ufficio.

Tra i frutti del lungo lavoro di portavoce c’è stato il superamento del tabù della salute del papa

Per combattere il tumore cercò una spalla

Nato a Cartagena in Spagna nel 1936, Joaquín si laurea in medicina nel 1961 ma non farà mai il medico e sette anni più tardi prende la laurea in giornalismo. Dopo la morte del «suo» papa (2005) svolge ancora la funzione di portavoce con Benedetto XVI per poco più di un anno. Nel 2007 diventa presidente dell’advisory boarddell’Università Campus bio-medico di Roma, legata all’Opus Dei, e si dedica a scrivere una «lunga narrazione» – non ancora pubblicata – della collaborazione con papa Wojtyla.

In mille modi mi ha trasmesso un concetto che aveva maturato a contatto con Giovanni Paolo II: che il paziente è il soggetto della malattia e dev’essere protagonista della sua storia

Non curò soltanto, negli anni di quella collaborazione, il rapporto con i media ma svolse anche missioni diplomatiche presenziando alle conferenze ONU al Cairo (1994), Copenaghen (1995), Pechino (1995) e Istanbul (1996), inserito nella delegazione vaticana ma con un’investitura diretta del papa. Sempre grazie a tale investitura, preparò il viaggio a Cuba di Giovanni Paolo (gennaio 1998).

Il suo modo riservato e combattivo d’affrontare il tumore al pancreas l’ha narrato il 7 luglio, durante la messa d’addio nella chiesa romana di Sant’Eugenio, la dottoressa Rossana Alloni, che negli ultimi due anni era stata il suo medico di riferimento: «Sapevamo entrambi che la diagnosi era grave, lui aveva deciso di combattere e voleva una spalla».

Rossana lo ricorda «lucido, realista, concreto e sempre elegante nell’affrontare le questioni con decisione». «Ha voluto – racconta – che condividessi alcuni momenti critici, con humor mi prendeva in giro quando ero troppo seria. In mille modi mi ha trasmesso un concetto che aveva maturato a contatto con Giovanni Paolo II: che il paziente è il soggetto della malattia e dev’essere protagonista della sua storia».

«Negli ultimi mesi – confida ancora la dottoressa – è stato costretto a una vita statica, tra letto e poltrona e poco più. Penso – l’ho visto – che gli sia costato, ma si è adattato e quella stanza è diventata più potente di una centrale atomica. Non c’era intenzione di preghiera di cui non si ricordasse e di cui non mi chiedesse “come va” quando meno me l’aspettavo. Nell’aprile scorso la malattia ha avuto un aggravamento, c’è stato un momento molto critico. Ero passata nella sua stanza per riferirgli l’esito di un esame e con serenità mi ha chiesto: “Rossana, ma tu quanto pensi che mi rimane?”. Abbiamo parlato per qualche minuto, poi con una sorta di timidezza che non gli conoscevo mi ha detto: «Devo chiederti una cosa» e quasi scusandosi: “Tu pensi che sarà possibile donare i miei organi?”. Sapeva che poteva morire di lì a poco e il suo pensiero era per gli altri».

Norberto González Gaitano mi ha narrato l’ultima presenza di Joaquín, pochi mesi prima della morte, agli incontri mensili di formazione ai quali partecipavano una quindicina di persone, presso la parrocchia di Sant’Eugenio: «Noi tutti un poco alla volta ci siamo accorti che aveva un tumore ed era in trattamento, nonostante si presentasse sempre elegante e puntuale. Abbiamo però condiviso la sua discrezione nei due anni dell’infermità. In quell’ultima occasione in cui l’argomento era L’amore alla verità rammentò che una volta aveva chiesto a Giovanni Paolo II, in montagna, quale frase del Vangelo avrebbe salvato nell’ipotesi che tutto fosse perduto. “La verità vi renderà liberi”, gli aveva risposto di scatto il papa. “La verità è una persona, non un’idea, e la nostra verità è anch’essa personale: ciò che siamo al cospetto di Dio”, ci disse Joaquín in quell’incontro».

Mi ha detto: «Devo chiederti una cosa» e quasi scusandosi: “Tu pensi che sarà possibile donare i miei organi?”. Sapeva che poteva morire di lì a poco e il suo pensiero era per gli altri».

Le memorie non vanno avanti: sono diventato pigro

«Nel momento del trapasso che è durato due ore ed è stato molto sereno – dice ancora Norberto, che negli ultimi tempi viveva nella stessa casa con Joaquín – ci ha fatto capire che era consapevole dell’agonia: “Sono conscio”, ha detto a chi entrava nella stanza. Don Luis gli ha amministrato l’unzione e don Giuseppe, vecchio amico, l’ha accompagnato con preghiere e parole di fratello. Una delle ultime immagini che Joaquín ha guardato intensamente, come aggrappandosi con gli occhi a essa, era una foto che lui aveva scattato a Giovanni Paolo vestito da montanaro e appoggiato a una croce di montagna in Valle d’Aosta».

Marco Carroggio – altro familiare di Navarro-Valls – mi ha fornito quella foto specificando che Joaquín l’aveva messa a sfondo del tablet e la teneva sul comodino della camera: «Per lui quell’immagine aveva un valore simbolico particolare».

Con Marco ho parlato delle memorie che Joaquín stava scrivendo, impresa che l’ha impegnato a lungo e della quale mi aveva accennato in più occasioni. Durante l’ultima intervista telefonica, in occasione della morte di Fidel Castro, dunque il 27 novembre scorso, gli avevo chiesto «a che punto sei con le memorie» e mi aveva risposto: «Non vanno avanti: sono diventato pigro». Forse era il suo modo per segnalarmi che non stava bene. Ma non l’ha detto esplicitamente e io fino alla notizia della morte non sapevo della malattia.

Mi ha detto Marco Carroggio che anche con lui, che lo sollecitava a ultimare il lavoro delle memorie, Joaquín aveva invocato il diritto alla pigrizia: «Permetti a un fratello maggiore d’essere pigro». Lasciando l’incarico di portavoce vaticano aveva detto a più persone che si sarebbe dedicato a «mettere ordine» nei materiali accumulati in quel lavoro e negli appunti che aveva preso dopo ogni conversazione con Giovanni Paolo.

Ne ha cavato uno zibaldone voluminoso e ha iniziato la stesura narrativa, ma si è presto arreso. Su suggerimento di amici e colleghi della Facoltà di comunicazione dell’Università della santa croce, anch’essa dell’Opus Dei, ha accettato che l’aiutassero in successione temporale un paio di scrittori ma l’insieme non era ancora completo al momento della morte.

Chi ha ereditato il dossier deve ancora decidere sulla modalità e i tempi della pubblicazione.


  • Luigi Accattoli
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