"Non sei riuscito a vegliare un'ora sola?" Lo dice anche a te e a me

In questo testo il beato Álvaro ci spiega come accompagnare da molto vicino Gesù nei giorni della sua passione.

Testi di vita cristiana
Opus Dei - "Non sei riuscito a vegliare un'ora sola?" Lo dice anche a te e a me

La settimana santa

(Testo del 1° aprile 1987, pubblicato in “Caminar con Jesús al compás del año litúrgico”, Ed. Cristiandad, Madrid 2014, pp. 152-157).

Si avvicinano i giorni della Settimana Santa nei quali la Chiesa celebra solennemente l'adorabile mistero della Passione, Morte e Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo; sono giorni particolarmente adatti a mettere in pratica il consiglio di nostro Padre: «Vuoi accompagnare da vicino, molto da vicino, Gesù?... Apri il Santo Vangelo e leggi la Passione del Signore. Leggere soltanto? No: vivere. La differenza è grande. Leggere è ricordare una cosa passata; vivere è trovarsi presente in un avvenimento che sta accadendo proprio adesso, essere con gli altri in quelle scene»[1].

Sì, figlie e figli miei. Dobbiamo fare in modo di essere uno fra i tanti che condividono l'intimità della donazione e dei sentimenti di Gesù, che ricalcano le orme del Maestro durante la Passione; fare compagnia con il cuore e con la testa a nostro Signore e alla Santissima Vergine in quelle vicende tremende, alle quali non eravamo estranei quando avvennero, perché il Signore ha sofferto ed è morto per i nostri peccati. Chiedete alla Santissima Trinità di concederci la grazia di penetrare più a fondo nel dolore che ciascuno di noi ha causato a Cristo, così da acquisire l'abito della contrizione, che è stato tanto profondo nella vita del nostro santo Fondatore, portandolo a gradi eroici d'Amore.

Meditiamo a fondo e con calma le scene di questi giorni. Contempliamo Gesù nell'Orto degli Ulivi, guardiamo come cerca nella preghiera la forza per affrontare le terribili sofferenze, che Egli sa così vicine. In quei momenti la sua Santissima Umanità aveva bisogno della vicinanza fisica e spirituale dei suoi amici; gli Apostoli, invece, lo lasciano solo: Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un'ora sola?[2]. Lo dice anche a te e a me, che tante volte abbiamo assicurato, come Pietro, di essere disposti a seguirlo fino alla morte e che, tuttavia, spesso lo lasciamo solo, ci addormentiamo. Dobbiamo dolerci di questi cedimenti personali, e di quelli degli altri, e dobbiamo renderci conto che abbandoniamo il Signore, forse ogni giorno, quando trascuriamo di compiere il nostro dovere professionale, apostolico; quando la nostra pietà è superficiale, grossolana; quando ci giustifichiamo perché umanamente sentiamo il peso e la fatica; quando ci viene meno il divino entusiasmo nell'assecondare la Volontà di Dio, perché l'anima e il corpo fanno resistenza.

Invece – rendiamoci conto di questa realtà, attuale allora come oggi –, i nemici di Dio sono sempre all'erta: Giuda, il traditore, e la marmaglia non si sono concessi riposo e arrivano in piena notte per consegnare con un bacio il Figlio dell'uomo. È ancora oggi viva nella mia anima l'impressione che mi produsse, in Messico, l'immagine di Cristo crocifisso con una piaga tremenda sulla guancia – il bacio di Giuda –, immaginata dalla pietà del popolo cristiano, per simbolizzare la ferita causata nel suo Cuore dal tradimento di uno di coloro che Egli aveva scelto personalmente.

Figli della mia anima, non separiamoci mai dal Signore! Permettetemi di insistere: facciamo di tutto per seguirlo molto da vicino, perché non si ripetano – per quel che da noi dipende – l'indifferenza, l'abbandono, i baci a tradimento... In questi giorni, e poi sempre, «lascia che il tuo cuore si sfoghi, che si metta accanto al Signore. E quando avverti che il cuore fugge – sei codardo, come gli altri , chiedi perdono per le tue viltà e per le mie»[3], affèrrati alla mano di tua Madre santa Maria, affinché Ella infonda nella tua anima uno zelo deciso e sincero - operativo! –, di fedeltà a Cristo che si dona per noi.

Dopo la cattura nel Getsemani, accompagniamo Gesù in casa di Caifa e assistiamo al giudizio – parodia blasfema – davanti al Sinedrio. Abbondano gli insulti dei farisei e dei leviti, le calunnie dei falsi testimoni, gli schiaffi come quello, codardo, del servo del Sommo Sacerdote, e risuonano impressionanti le negazioni di Pietro: che dolore per il nostro Gesù, e che lezione per ognuno di noi! Poi il processo davanti a Pilato: quest'uomo è un codardo; non trova alcuna colpa in Cristo, ma non ha il coraggio di affrontare le conseguenze di un comportamento onesto. Prima cerca uno stratagemma: chi lasciamo libero, Barabba o Gesù?[4]; e quando questo espediente fallisce, ordina ai soldati di torturare il Signore con la flagellazione e la coronazione di spine. Davanti al corpo martoriato del Salvatore, ci farà molto bene seguire il consiglio di nostro Padre: «Guardalo, guardalo a lungo...»[5]; e domandarci: «Tu e io, non siamo forse tornati a incoronarlo di spine, a schiaffeggiarlo, a coprirlo di sputi?»[6]. Infine, la crocifissione: «Una Croce. Un corpo confitto al legno con chiodi. Il costato aperto... Con Gesù restano soltanto sua Madre, alcune donne e un adolescente. Gli apostoli, dove sono? E coloro che furono guariti dalle loro malattie: gli zoppi, i ciechi, i lebbrosi?... E quelli che lo acclamarono?... Nessuno risponde!»[7].

Mi ha aiutato a fare orazione la descrizione delle sofferenze di nostro Signore che fa san Tommaso d'Aquino[8], con uno stile letterario disadorno. Il Dottore Angelico spiega che Gesù fu sottoposto a sofferenze da parte di uomini di ogni tipo, perché fu oltraggiato da gentili e da giudei, da uomini e da donne, dai sacerdoti e dalla plebaglia, da sconosciuti e da amici, come Giuda che lo consegnò e Pietro che lo rinnegò. Soffrì anche nella fama, per le bestemmie che gli furono indirizzate; nell'onore, essendo divenuto oggetto di ludibrio da parte dei soldati per gli insulti che gli rivolgevano; esternamente, perché fu spogliato delle sue vesti, flagellato e maltrattato; e nell'anima, per la paura e l'angoscia. Subì il martirio in tutte le parti del corpo: sul capo, la corona di spine; nelle mani e nei piedi, le ferite dei chiodi; sulla faccia, schiaffi e sputi; sul resto del corpo, la flagellazione. E le sofferenze si diffusero a tutti i sensi: al tatto, le ferite; al gusto, il fiele e l'aceto; all'udito, le bestemmie e gli insulti; all'olfatto, perché lo crocifissero in un luogo fetido; alla vista, vedendo piangere sua Madre... e – aggiungo io – la nostra scarsa partecipazione, la nostra indifferenza.

Figlie e figli miei, nel meditare la Passione, sorge spontaneo nell'anima il vivo desiderio di riparare, di consolare il Signore, di lenire le sue sofferenze. Gesù soffre per i peccati di tutti noi, e anche oggi gli uomini sono impegnati, con triste tenacia, a offendere molto il loro Creatore. Decidiamoci a riparare! Non è vero che tutti voi sentite il desiderio di offrire motivi di gioia al nostro Amore? Non è vero che capite che ogni nostra mancanza – per quanto piccola essa sia – comporta un grande dolore a Gesù? Perciò vi ripeto di dare molto valore ciò che sembra averne poco, di curare di più i particolari, di avere autentico timore di cadere nell'abitudine: Dio ci ha concesso tanto, e Amore con amor si paga!Mi rivolgo a Gesù, contemplandolo sul patibolo della Santa Croce, e lo prego di offrirci in dono che le nostre confessioni sacramentali siano più contrite: perché – come ci insegnava nostro Padre – continua a stare su quel Legno da venti secoli, ed è arrivata per noi l'ora di prendere il suo posto. Lo supplico anche di aumentare in noi l'imperioso desiderio di portare più persone alla Confessione.

Sulla Croce Gesù esclama: sitio![9], ho sete; e nostro Padre ci ricorda che «ora ha sete... di amore, di anime»[10]. La redenzione sta avvenendo e noi abbiamo ricevuto una vocazione divina che ci rende capaci e ci obbliga a partecipare alla missione corredentrice della Chiesa, secondo il modo specifico – voluto da Dio per la sua Opera – che ci ha trasmesso nostro Padre.

Il Signore e la Chiesa sperano che in questa missione siamo leali, che ci spendiamo completamente nel nostro impegno di essere apostoli di Cristo. Sperano che ci carichiamo sulle spalle, con gioia, la Croce di Gesù, e che l'abbracciamo «con la forza dell'Amore, portandola in trionfo per tutti i cammini della terra»[11].

Le anime hanno bisogno che noi sappiamo svolgere un lavoro molto più vasto e intenso di apostolato e di proselitismo: è molto urgente! Ma, ci sono troppe difficoltà! Sapete bene che l'esistenza di un ambiente più o meno ostile al sacrificio, alla donazione, non è un motivo valido per diminuire il nostro zelo apostolico; al contrario!: montes sicut cera fluxerunt a facie Domini[12], gli ostacoli fondono come cera, al fuoco della grazia divina. Non dimenticate mai che l'opera di Cristo non termina sulla Croce e nel sepolcro, che non sono un fallimento; ma culmina nella Risurrezione, nell'Ascensione al Cielo e nell'invio del Paraclito: la Pentecoste feconda di frutti, che deve anche ripetersi, necessariamente, nella vita dei cristiani, perché, se siamo morti in Cristo, crediamo che anche vivremo con Lui[13]; e con Lui, per Lui e in Lui porteremo a innumerevoli uomini e donne, nei più diversi confini del mondo, il gioioso annuncio della Risurrezione: il gaudio e la pace che lo Spirito Santo sparge nei cuori fedeli.



[1] San Josemaría, Via Crucis, IX stazione, punto 3.

[2] Mc 14, 37.

[3] San Josemaría, Via Crucis, IX stazione, punto 3.

[4] Cfr. Mt 17, 17.

[5] San Josemaría, Santo Rosario, II mistero doloroso.

[6] Ibid., III mistero doloroso.

[7] San Josemaría, Via Crucis, XII stazione, punto 2.

[8] Cfr. San Tommaso, S. Th., III, q. 46, a. 5 c.

[9] Gv 19, 28.

[10] San Josemaría, Santo Rosario, V mistero doloroso.

[11] San Josemaría, Via Crucis, IV stazione.

[12] Sal 96 [97], 5.

[13] Rm 6, 8.