“Signore, Tu sei il mio Cireneo”

In questo testo il beato Álvaro ci dice che non dobbiamo perdere mai, in nessuna circostanza, la gioia soprannaturale che scaturisce dalla nostra condizione di figli di Dio.

Testi di vita cristiana
Opus Dei - “Signore, Tu sei il mio Cireneo”

V Domenica di Quaresima

(Testo del 1° aprile 1993, pubblicato in "Caminar con Jesús al compás del año litúrgico", Ed. Cristiandad, Madrid 2014, pp. 164-168).

Siamo arrivati alle soglie della Settimana Santa. Tra pochi giorni, nell'assistere alle cerimonie liturgiche del solenne Triduo Pasquale, parteciperemo alle ultime ore di vita terrena di nostro Signore Gesù Cristo, quando si offrì all'Eterno Padre come Sacerdote e Vittima della nuova Alleanza, suggellando con il proprio Sangue la riconciliazione di tutti gli uomini con Dio. Malgrado la sua carica drammatica, alla quale non dobbiamo né possiamo abituarci – l'Innocente caricato delle colpe dei peccatori, il Giusto che muore al posto degli ingiusti! –, la tragedia della settimana santa è, per i cristiani, sorgente della gioia più pura. Felice colpa, che meritò di avere un così grande Redentore![1], canta la Chiesa nel preconio pasquale, a proposito del peccato dei nostri progenitori e, vogliamo aggiungere, dei nostri errori personali quotidiani, se ci possono servire a correggerci pieni di dolore d'amore e aumentare lo spirito di compunzione.

Vi consiglio, figlie e figli miei, di fare in modo, in queste giornate sante che si avvicinano, di stimolare nelle vostre anime molti atti di riparazione e di dolore – dolore d'amore –, chiedendo al Signore perdono per le vostre mancanze personali e per quelle dell'intera umanità. Mettetevi, con il pensiero e con il desiderio, accanto a Cristo, nelle prove amare della Passione e cercate di consolarlo con le vostre parole piene di affetto, con le vostre opere fedeli, con la vostra mortificazione e la vostra penitenza generosa, soprattutto compiendo il dovere di ogni momento. Se fate così, state sicuri che aiuterete Gesù a portare la Croce – quella Croce che pesa e peserà sul Corpo mistico di Cristo sino alla fine dei secoli –, essendo corredentori con Lui. Parteciperete alla gloria della Risurrezione, perché avrete sofferto con Lui[2], e sarà al colmo la vostra gioia, una gioia che niente e nessuno vi potrà togliere[3].

Non dimentichiamo mai, figlie e figli miei, che il gaudium cum pace, la gioia e la pace che il Signore ci ha promesso se siamo fedeli, non dipende dal benessere materiale, né dal fatto che le cose vadano nel verso che noi desideriamo. Non si basa su motivi di salute, né sul successo umano. Questo sarebbe, in ogni caso, una felicità effimera, peritura, mentre noi aspiriamo a una beatitudine eterna. La gioia profonda, che riempie completamente l'anima, trae origine dall'unione con nostro Signore. Ricordate le parole che il nostro amatissimo fondatore ci ha ripetuto in uno dei suoi ultimi incontri: «Se vuoi essere felice, sii santo; se vuoi essere più felice, sii più santo; se vuoi essere molto felice – già sulla terra! –, sii molto santo»[4].

Figlia mia, figlio mio: la ricetta è stata ben sperimentata, perché il nostro santo fondatore, che tanto soffrì per il Signore, è stato felicissimo sulla terra. O meglio, proprio per essersi intimamente unito a Gesù Cristo sulla santa Croce – in questo consiste la santità, nell'identificarci con Cristo crocifisso – ricevette il premio della gioia e della pace.

Ascoltate ciò che ci confidava nel 1960, mentre predicava una meditazione il Venerdì Santo. Nella sua orazione personale ricordava la forgia di sofferenze che era stata la sua vita e ci invitava a non aver «paura del dolore, del disonore, senza momenti di superbia. Il Signore, quando chiama una creatura a essere sua, le fa sentire il peso della Croce. Senza propormi come esempio, vi posso dire che durante la mia vita io ho sofferto il dolore, l'amarezza. Però, in mezzo a tutto questo, mi sono sentito sempre felice, Signore, perché Tu sei stato il mio Cireneo.

Respingi la paura della Croce, figlio mio! Vedi Cristo inchiodato in essa, e ciò nonostante cerchi solo cose piacevoli? Questo non va! Non ricordi che il discepolo non è più del Maestro? (cfr. Mt 10, 24).

Signore, rinnoviamo ancora una volta l'accettazione di tutto quello che in ascetica si chiama tribolazione, anche se a me questa parola non piace. Io non avevo niente: né anni, né esperienza, né denaro; mi sentivo umiliato, non ero... niente, niente! Qualche spruzzo di questo dolore arrivava anche a quelli che mi stavano accanto. Sono stati anni tremendi, nei quali però non mi sono mai sentito un disgraziato. Signore, imparino i miei figli dalla mia povera esperienza. Pur essendo un miserabile, non mi sono mai sentito avvilito. Sono andato avanti sempre felice! Felice, piangendo; dolorosamente felice. Grazie, Gesù! E perdona se non ho saputo approfittare meglio della lezione»[5].

Se meditiamo queste parole di nostro Padre, la conclusione che dobbiamo trarre è chiara: non dobbiamo perdere mai, in nessuna circostanza, la gioia soprannaturale che scaturisce dalla nostra condizione di figli di Dio. Se qualche volta ci viene a mancare, ricorreremo immediatamente all'orazione e alla direzione spirituale, all'esame di coscienza ben fatto, per scoprire la causa e applicare il rimedio opportuno.

È vero che qualche volta l'assenza della gioia può essere dovuta alla malattia o alla stanchezza; in questi casi è un obbligo grave dei Direttori nei confronti dei loro fratelli privilegiare il riposo e le cure opportune, vigilando perché nessuno – per un eccessivo sovraccarico di lavoro, per aver dormito poco, per stanchezza o per un motivo qualsiasi – finisca per mettersi in una situazione che danneggi la sua risposta interiore.

In altri momenti, come ci ricordava nostro Padre, la perdita della gioia nasconde radici ascetiche. Sapete qual è la più frequente? L'eccessiva preoccupazione per la propria persona, girare e rigirare intorno a se stessi. Come mai, visto che siamo davvero poca cosa, come mai ti succede a volte, figlio e figlia mia, di girare attorno al tuo io? «Se amiamo noi stessi in un modo disordinato – scrive nostro Padre –, abbiamo ragione di essere tristi: quanti guai, quanta piccolezza! Il possesso della nostra miseria deve causarci tristezza, scoraggiamento. Ma se amiamo Dio sopra tutte le cose, e gli altri e noi stessi in Dio e per Dio, quanti motivi di gioia!»[6].

Questo è stato l'esempio del Maestro, che ha dato la sua vita per noi. Cerchiamo, dunque, di rispondere in modo uguale a Lui e agli altri. Cerchiamo di allontanare dal nostro orizzonte quotidiano qualunque preoccupazione personale; e se qualcuna ci assale, abbandoniamola con piena fiducia nel Sacro Cuore di Gesù, nel Cuore Dolcissimo di Maria, nostra Madre, e riacquisteremo la serenità. Noi, figlie e figli miei, dobbiamo toglierci ogni preoccupazione – o meglio, dobbiamo occuparci – soltanto delle cose di Dio, che sono le cose della Chiesa, dell'Opera, delle anime. Non vi rendete conto che ci guadagniamo persino sul piano umano? Inoltre, solo così saremo sempre ricolmi del gaudium cum pace e attireremo molte altre persone nel nostro cammino.



[1]Messale Romano, Santa Messa della Veglia Pasquale, preconio pasquale.

[2]Cfr. Rm 8, 18.

[3]Cfr. Gv 16, 22.

[4]San Josemaría, Appunti di una riunione familiare, 7-VI-1975 (AGP, biblioteca, P01, VII-1975, p. 219).

[5]San Josemaría, Appunti di una meditazione, 15-IV-1960.

[6]San Josemaría, Lettera 24-III-1931, n. 25.