TEMA 30. Il peccato personale

Peccato è una parola, un atto o un desiderio contrario alla legge eterna. È un’offesa a Dio, che lede la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana.

Riassunti di fede cristiana
Opus Dei - TEMA 30. Il peccato personale

1. Il peccato personale: offesa a Dio, disobbedienza alla legge divina

Il peccato personale è un «una parola, un atto o un desiderio contrario alla legge eterna» [1] . Il peccato è un atto umano, che richiede il concorso della libertà [2] , e si manifesta in atti esterni, in parole o in atti interni. Si tratta di un atto umano cattivo, perché si oppone alla legge eterna di Dio, che è la prima e suprema regola morale, fondamento di tutte le altre. Più in generale, si può dire che peccato è ogni atto umano che si oppone alla norma morale, cioè alla retta ragione illuminata dalla fede.

Si tratta, pertanto, di una presa di posizione negativa rispetto a Dio e, per contrasto, di un amore disordinato verso noi stessi. Perciò si dice anche che il peccato è essenzialmente aversio a Deo et conversio ad creaturas . La aversio può non essere odio esplicito o avversione, ma soltanto un allontanamento da Dio, derivante dall’aver anteposto un bene apparente o finito al bene supremo ( conversio ). Sant’Agostino lo descrive come «l’amore di sé che arriva fino al disprezzo di Dio» [3] . «Per tale orgogliosa esaltazione di sé, il peccato è diametralmente opposto all’obbedienza di Gesù che realizza la salvezza (cfr. Fil 6, 9)» ( Catechismo 1850).

Il peccato è l’unico male in senso stretto. Gli altri mali (per esempio, una malattia), in se stessi, non allontanano da Dio, pur essendo sicuramente privazione di un bene.

2. Peccato mortale e peccato veniale

I peccati si possono dividere in mortali o gravi e veniali o lievi (cfr. Gv 5, 16-17), a seconda che l’uomo perda totalmente la grazia di Dio o no [4] . Il peccato mortale e il peccato veniale si possono paragonare, rispettivamente, alla morte e alla malattia dell’anima.

« È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso » [5] . «Con tutta la Tradizione della Chiesa noi chiamiamo peccato mortale questo atto, per il quale un uomo, con libertà e consapevolezza, rifiuta Dio, la sua legge, l’alleanza di amore che Dio gli propone [ aversio a Deo ], preferendo volgersi a se stesso, a qualche realtà creata e finita, a qualcosa di contrario al volere divino ( conversio ad creaturam ). Il che può avvenire in modo diretto e formale, come nei peccati di idolatria, di apostasia, di ateismo; o in modo equivalente, come in tutte le disubbidienze ai comandamenti di Dio in materia grave» [6] .

- Materia grave : significa che l’atto è per se stesso incompatibile con la carità e pertanto anche con le esigenze inevitabili delle virtù morali e teologali.

- Piena consapevolezza (o avvertenza ) dell’intelletto: vale a dire, sapere che l’azione che si compie è peccaminosa, ovvero contraria alla legge di Dio.

- Deliberato (o perfetto ) consenso della volontà: indica che si vuole apertamente una azione, che si sa essere contraria alla legge di Dio. Questo non significa che perché vi sia peccato mortale è necessario voler offendere direttamente Dio: basta che si voglia compiere qualcosa che è gravemente contraria alla sua divina volontà [7] .

Le tre condizioni si devono verificare contemporaneamente [8] . Se manca una delle tre, il peccato può essere veniale . Questo avviene, per esempio, quando la materia non è grave, anche se c’è piena avvertenza e perfetto consenso; oppure quando non c’è piena avvertenza o perfetto consenso, pur trattandosi di materia grave. Logicamente, se non c’è avvertenza né consenso, mancano i requisiti perché si possa parlare di azione peccaminosa, in quanto non sarebbe un atto propriamente umano.

2.1. Gli effetti del peccato mortale

Il peccato mortale «ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal Regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno» ( Catechismo , 1861) [9] . Quando si è commesso un peccato mortale, e finché si rimane fuori dallo “stato di grazia” – non avendolo riacquistato con la confessione sacramentale – non si deve ricevere la Comunione, perché non è possibile volere, allo stesso tempo, stare unito e separato da Cristo: si commetterebbe un sacrilegio [10] .

Nel perdere l’unione vitale con Cristo a causa del peccato mortale, si perde anche l’unione col suo Corpo mistico, la Chiesa. Si continua a far parte della Chiesa, ma come membro malato, privo di salute, che fa male a tutto il corpo. Si provoca anche un danno alla società umana, perché non si è più luce e fermento, anche quando questo passasse inosservato.

Col peccato mortale si perdono i meriti acquisiti – che però si possono riacquistare attraverso il sacramento della Penitenza – e si perde la capacità di acquisirne altri nuovi; l’uomo resta soggetto alla schiavitù del demonio; diminuisce il desiderio naturale di fare il bene e si provoca un disordine nelle potenze e negli affetti.

2.2. Gli effetti del peccato veniale

«Il peccato veniale indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per dei beni creati; ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene temporali. Il peccato veniale deliberato e che sia rimasto senza pentimento, ci dispone poco a poco a commettere il peccato mortale. Tuttavia il peccato veniale non ci oppone alla volontà e all’amicizia divine; non rompe l’Alleanza con Dio. È umanamente riparabile con la grazia di Dio. “Non priva della grazia santificante, dell’amicizia con Dio, della carità, né quindi della beatitudine eterna” (Giovanni Paolo II, Es. ap. Reconciliatio et paenitentia , 2-XII-1984, 17)» ( Catechismo , 1863).

Dio ci perdona i peccati veniali nella Confessione e anche, fuori da questo Sacramento, quando facciamo un atto di contrizione o una penitenza, addolorati per non aver corrisposto all’infinito amore che Dio ha per noi.

Il peccato veniale deliberato, anche se non ci separa totalmente da Dio, è una mancanza penosa che raffredda l’amicizia con Lui. Si deve avere “orrore del peccato veniale deliberato”. Per una persona che vuole amare veramente Dio non ha senso consentire a piccoli tradimenti solo perché non sono peccato mortale [11] ; questo può portare alla tiepidezza [12] .

2.3. L’opzione fondamentale

La dottrina dell’ opzione fondamentale [13] , che elimina la distinzione tradizionale tra peccati mortali e veniali, sostiene che la perdita della grazia santificante a causa del peccato mortale – con tutto ciò che suppone – impegnerebbe a tal punto la persona da richiedere una opposizione radicale e totale a Dio, vale a dire, un atto di opzione fondamentale contro di Lui [14] . In questo modo sarebbe quasi impossibile cadere in un peccato mortale nelle nostre scelte quotidiane; così come recuperare la grazia mediante una sincera penitenza. Questo perché la libertà non sarebbe idonea a determinare, nella sua capacità ordinaria di scelta, in modo così chiaro e decisivo, il segno della vita morale della persona. Così, secondo quanto dicono i fautori di questa dottrina, trattandosi di eccezioni puntuali in una vita complessivamente retta, si potrebbero giustificare mancanze gravi di unità e di coerenza di vita cristiana; allo stesso tempo si toglierebbe valore alla capacità di decisione e di impegno della persona nell’uso del proprio arbitrio.

Legata alla precedente dottrina è la proposta di una distinzione tripartita dei peccati, in veniali, gravi e mortali. Questi ultimi comporterebbero una decisione cosciente e irrevocabile di offendere Dio e sarebbero gli unici ad allontanare da Dio, chiudendo le porte della vita eterna. In questo modo la maggioranza dei peccati che, per la loro materia, sono stati tradizionalmente considerati come mortali sarebbero soltanto gravi, perché non verrebbero commessi con una intenzione positiva di rifiutare Dio.

La Chiesa ha indicato molte volte gli errori insiti a queste correnti di pensiero. Ci troviamo di fronte a dottrine sulla libertà in cui questa appare molto indebolita, in quanto si dimentica che in realtà chi decide è la persona, che può modificare le sue intenzioni più profonde e che di fatto può cambiare i suoi propositi, le sue aspirazioni i suoi obiettivi e il suo intero progetto di vita mediante determinati atti particolari e quotidiani [15] . D’altra parte, «resta sempre vero che la distinzione essenziale e decisiva è fra peccato che distrugge la carità e peccato che non uccide la vita soprannaturale: fra la vita e la morte non si dà via di mezzo» [16] .

2.4. Altre divisioni

a) Si può distinguere tra il peccato attuale , che è l’atto stesso di peccare, e quello abituale , che è la macchia lasciata nell’anima dal peccato attuale, reato di pena e di colpa e, con il peccato mortale, la privazione della grazia.

b) Il peccato personale si distingue da quello originale che è quello con il quale tutti nasciamo a causa della disobbedienza di Adamo. Il peccato originale ferisce ognuno di noi, anche se non è stato commesso personalmente. Lo si potrebbe paragonare a una malattia ereditata. Il peccato originale si cancella con il Battesimo – almeno, col suo desiderio implicito -, anche se rimane una certa debolezza che predispone a commettere i peccati personali. Il peccato personale, dunque, si commette , mentre il peccato originale si contrae .

c) I peccati esterni sono quelli che si commettono con un’azione che può essere vista dall’esterno (omicidio, furto, diffamazione, ecc.). I peccati interni , invece, rimangono all’interno dell’uomo, ossia, nella sua volontà, senza manifestarsi in atti esterni (ira, invidia, avarizia, ecc.). Ogni peccato, esterno o interno, trae origine da un atto interno della volontà: è, questo, l’atto propriamente morale. Gli atti puramente interiori possono essere peccato e anche grave.

d) Si parla di peccati carnali o spirituali a seconda che si tenda in modo disordinato a un bene sensibile (o a una realtà che si presenta sotto l’apparenza di bene; per esempio, la lussuria) o spirituale (per esempio la superbia). Di per sé, i secondi sono più gravi; tuttavia, i peccati carnali sono generalmente più veementi, perché l’oggetto che muove, una realtà sensibile, è più immediata.

e) Peccati di commissione o di omissione . Ogni peccato comporta il compimento di un atto volontario disordinato. Se questo si traduce in un’azione, si dice peccato di commissione ; se invece l’atto volontario si traduce nell’omettere una cosa dovuta, si chiama di omissione .

3. La proliferazione del peccato

«Il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano inclinazioni perverse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male. In tal modo il peccato tende a riprodursi e a rafforzarsi, ma non può distruggere il senso morale fino alla sua radice» (Catechismo, 1865).

Chiamiamo capitali quei peccati personali che inducono a commetterne altri, in quanto sono la loro radice. I peccati capitali sono: la superbia – principio di ogni peccato ex parte aversionis (cfr. Sir 10, 12-13)-, l’avarizia – principio ex parte conversionis -, la lussuria, l’ira, la gola, l’invidia e la pigrizia o accidia (cfr. Catechismo , 1866).

La perdita del senso del peccato è frutto del volontario oscuramento della coscienza che porta l’uomo – per la sua superbia – a negare che i peccati personali siano tali e persino a negare che esista il peccato [17] .

A volte non commettiamo direttamente il male, ma in qualche modo collaboriamo, con maggiore o minore responsabilità e colpa morale, all’azione cattiva di altri. «Il peccato è un atto personale. Inoltre, abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri quando vi cooperiamo : prendendovi parte direttamente e volontariamente; comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvandoli; non denunciandoli o non impedendoli, quando si è tenuti a farlo; proteggendo coloro che commettono il male» ( Catechismo , 1868).

I peccati personali danno luogo anche a situazioni sociali contrarie alla bontà divina, dette anche strutture di peccato [18] . Esse sono manifestazioni ed effetti di peccati personali (cfr. Catechismo , 1869) [19] .

4. Le tentazioni

Nel considerare le cause del peccato, dobbiamo parlare anche della tentazione, che è l’incitamento al male. «La radice di tutti i peccati sta nel cuore dell’uomo» ( Catechismo , 1873), che però può essere attratto da falsi beni. L’attrazione della tentazione non può essere mai tanto forte da obbligarci a peccare: «Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» ( 1 Cor 10, 13). Se non sono cercate, e si utilizzano come occasione di impegno morale, possono avere valore positivo per la vita cristiana.

Le cause delle tentazioni possono ridursi a tre (cfr. 1 Gv 2, 16):

- Il “ mondo ”: non intendendo quello creato di Dio, perché in questo senso è buono, ma in quanto, causa di sollecitazione alla conversio ad creaturas , dovuta al disordine del peccato, soprattutto in un ambiente materialista e pagano [20] .

- Il demonio : che istiga al peccato, ma che non ha il potere di farci peccare. Le tentazioni del diavolo si respingono con l’orazione [21] .

- La “ carne ” o concupiscenza : un disordine delle forze dell’anima come risultato dei peccati (anche chiamata fomes peccati ). Questa tentazione si vince con la mortificazione e la penitenza, con la decisione di non dialogare con essa e di essere sinceri nella direzione spirituale, senza giustificarsi con “ragioni senza ragione” [22] .

Di fronte alla tentazione, bisogna lottare per evitare il consenso , che presuppone l’adesione della volontà alla compiacenza , ancora non deliberata, che segue alla rappresentazione non volontaria del male che si ha nella suggestione .

Per combattere le tentazioni è necessario essere molto sinceri con Dio, con se stessi e nella direzione spirituale. Altrimenti si corre il rischio deformare la coscienza. La sincerità è un grande mezzo per evitare i peccati e ottenere l’autentica umiltà: Dio Padre viene incontro a chi si riconosce peccatore col manifestare ciò che la superbia suggeriva di nascondere.

Si devono inoltre fuggire le occasioni di peccato , vale a dire, quelle circostanze che si presentano più o meno volontariamente e costituiscono una tentazione. Bisogna evitare sempre le occasioni libere. Quando sono occasioni prossime (ossia, se c’è pericolo immediato di cadere nella tentazione) o necessarie (cioè che non si possono eliminare), si deve fare tutto il possibile per allontanarsi dal pericolo. In altre parole, occorre mettere i mezzi affinché tali occasioni da prossime diventino remote . Bisogna anche evitare – per quanto possibile – le occasioni remote, continue e libere , che corrodono la vita spirituale e predispongono al peccato grave.

Pau Agulles Simó

Bibliografia di base Catechismo della Chiesa Cattolica , 1846-1876.

Giovanni Paolo II, Es. Ap. Reconciliatio et paenitentia , 2-XII-1984, 14-18.

Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis splendor , 6-VIII-1993, 65-70.

Letture raccomandate

San Josemaría, Omelia La lotta interiore , in È Gesù che passa , 73-82.

E. Colom, A. Rodríguez Luño, Elegidos en Cristo para ser santos , Palabra, Madrid 2000, cap. XI.

A. Fernández, Teología Moral , vol. I, Aldecoa, Burgos 1995, pp. 747-834.

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[1] Sant,’Agostino, Contra Faustum manichoeum , 22, 27: PL 42, 418. Cfr. Catechismo , 1849.

[2] La definizione classica di peccato è: disobbedienza volontaria alla legge di Dio; se non fosse volontaria non sarebbe peccato, dato che non si tratterebbe neppure di un vero e proprio atto umano .

[3] Sant’Agostino, De civitate Dei , 14, 28.

[4] Cfr. Giovanni Paolo II, Es. ap. Reconciliatio et paenitentia , 2-XII-1984, 17.

[5] Ibidem . Cfr. Catechismo , 1857-1860.

[6] Cfr. Giovanni Paolo II, Es. ap. Reconciliatio et paenitentia , 17.

[7] Si commette un peccato mortale quando l’uomo, «sapendo e volendo, per qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato. In effetti, in una tale scelta è già contenuto un disprezzo del precetto divino, un rifiuto dell’amore di Dio verso l’umanità e tutta la creazione: l’uomo allontana se stesso da Dio e perde la carità» ( Ibidem ).

[8] Cfr. Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis splendor , 6-VIII-1993, 70.

[9] Nonostante la considerazione dell’atto in sé, occorre specificare che dobbiamo lasciare il giudizio sulle persone solo alla giustizia e alla misericordia di Dio (cfr. Catechismo , 1861).

[10] Solo chi abbia un motivo veramente grave, e non abbia la possibilità di confessarsi, può celebrare i sacramenti e ricevere la santa comunione dopo aver fatto un atto di contrizione perfetta, che include il proposito di confessarsi quanto prima (cfr. Catechismo , 1452 e 1457).

[11] Cfr. San Josemaría, Amici di Dio , 243; Solco , 139.

[12] Cfr. San Josemaría, Cammino , 325-331.

[13] Cfr. Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis splendor , 65-70.

[14] Cfr. Ibidem , 69.

[15] Cfr. Giovanni Paolo II, Es. ap. Reconciliatio et paenitentia , 17; Veritatis splendor , 70.

[16] Ibidem , 17.

[17] Cfr. Ibidem , 18.

[18] Cfr. Giovanni Paolo II, Enc. Sollicitudo rei socialis , 30-XII-1987, 36 e ss.

[19] Cfr. Giovanni Paolo II, Es. ap. Reconciliatio et paenitentia , 16.

[20] Per combattere queste tentazioni è necessario andare controcorrente, ogni volta che è necessario, con fortezza, invece di lasciarsi trascinare da consuetudini mondane (cfr. San Josemaría, Cammino , 376).

[21] Per esempio, la preghiera all’Arcangelo San Michele, vincitore di Satana (cfr. Ap 12, 7 e 20, 2). La Chiesa ha sempre raccomandato anche alcuni sacramentali, come l’acqua benedetta, per combattere le tentazioni del demonio. «Da nulla fuggono i demoni, e per non far ritorno, più che dall’acqua benedetta», diceva Santa Teresa d’Avila (citata in San Josemaría, Cammino , 572).

[22] Cfr. San Josemaría, Cammino , 134 e 727.